Le “città eccelse” e i “piedi degli oppressi”: brevi riflessioni sull’Avvento e sul Natale

 

Città eccelseIl Natale è trascorso da pochi giorni, e mancano ormai poche ore alla conclusione di un anno particolarmente intenso di eventi. Vogliamo però ancora provare a fare un piccolo “passo indietro”, per riflettere un momento - in questo spazio dedicato ad uno sguardo sul mondo contemporaneo, alla luce della Parola de Dio e del carisma donato all'Istituzione Teresiana da San Pedro Poveda - sul possibile significato per l'oggi di una delle più belle e forti profezie di Isaia, con il quale si è aperto il tempo di Avvento.

Era il giovedì della prima settimana, e nella prima lettura abbiamo ascoltato il profeta esortare il popolo di Israele, alla vigilia della catastrofe che lo avrebbe condotto al duro esilio babilonese:

"Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna, perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto, ha rovesciato la città eccelsa, l'ha rovesciata fino a terra, l'ha rasa al suolo. I piedi la calpestano: sono i piedi degli oppressi, i passi dei poveri" (Is 26, 4-6).

 Piedi degli oppressiParole forti, come dicevamo: si parla di una "città eccelsa" che viene addirittura rasa al suolo per intervento del Signore e calpestata dai "piedi degli oppressi"... Ed è "Parola di Dio", che non è lecito, almeno a noi credenti, considerare (solo) un racconto di un evento del passato, ma che dobbiamo ritenere rivolta a noi, nel nostro "qui ed ora". Certo il Signore si rivolge a tutte ed a ciascuna delle sue creature, in quanto tutti sono da Lui amati come "figli prediletti"... ma chi, in particolare oggi, è chiamato a "confidare nel Signore sempre"? Chi sono, oggi, coloro che "abitano in alto" e che il Signore abbatte? Qual è la "città eccelsa" che viene "rovesciata e rasa al suolo"? e chi sono gli oppressi e i poveri che la calpestano?

Certo, i poveri e gli oppressi ci sono sempre stati, purtroppo, lungo il percorso della storia, e non a caso la stessa Scrittura ce ne parla in abbondanza; ma è altrettanto evidente, anche dalla stessa Scrittura, che i meccanismi che generano la povertà e l’esclusione vanno ricercati nel peccato, nell’indurimento del cuore dell’uomo che va alla ricerca esclusiva del proprio tornaconto; e che Dio non ama certo questo stato di cose, e fa proprio dei poveri e degli emarginati i suoi figli prediletti.

Guardando ai nostri giorni, sembra di poter dire che la lunga crisi iniziata nel 2007-2008 e tuttora in corso, nonostante le speranze e i proclami dei governanti, abbia portato al pettine tutti i nodi di uno "sviluppo" del quale – almeno agli albori dell’avvento del capitalismo – ci si è illusi potessero beneficiare tutti o quasi, e del quale invece papa Francesco – certamente non per primo! – già dopo solo due mesi dalla sua elezione metteva in luce tutti i limiti, affermando nel maggio del 2013: "Un capitalismo selvaggio ha insegnato la logica del profitto a ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento senza guardare alle persone. E i risultati li vediamo nella crisi che stiamo vivendo".

Città eccelseIl nostro modello di sviluppo ci ha permesso di creare “città eccelse”, dove è palpabile la ricchezza di architetture e strutture commerciali e ricettive; di conseguire progressi incredibili nel campo della tecnologia e della comunicazione. Eppure, è altrettanto evidente che – lungi dal dimostrarsi estensibile a tutti, come se la povertà fosse un “incidente di percorso” cui porre rimedio attraverso le strutture caritative, o al massimo con i meccanismi del “Welfare State” – quel modello ha generato crescente concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di pochi, e crescente impoverimento, emarginazione, esclusione di masse sempre più ampie di popolazione, sia a livello mondiale (se si guarda la crescente diseguaglianza tra “occidente” e “terzo mondo”), sia all’interno dei singoli paesi cosiddetti “sviluppati”.

Oggi ci lamentiamo, in molti, di quello che appare come uno dei fenomeni più imponenti della crisi: quello migratorio. E’ un fenomeno che ci preoccupa e qualche volta ci spaventa, non solo per le ovvie implicazioni che hanno a che vedere con l’intreccio di culture, etnie e religioni, ma anche per ragioni strettamente economico-sociali, perché noi stessi – almeno chi appartiene alla “classe media” – avvertiamo i sintomi della crisi, e pensiamo che questi possano essere aggravati dall’arrivo massiccio di persone in cerca di una vita migliore, ai quali pensiamo di non essere in grado di offrire nulla che non vada ad ulteriore discapito della nostra condizione.

Piedi degli oppressiEppure, se tentassimo di guardare alla storia con onestà, non potremmo non vedere che la “logica del profitto ad ogni costo, dello sfruttamento senza guardare alle persone” di cui parla il papa data almeno dalla scoperta di nuovi continenti e nuove terre (Africa e America, soprattutto), che subito ha suscitato il desiderio sfrenato di “sfruttarle” – appunto – per il tornaconto economico dei paesi “ricchi”; da cui lo schiavismo, il colonialismo, e – in tempi più recenti – una decolonizzazione spesso “finta” e comunque non accompagnata da adeguati percorsi di “accompagnamento”, che si è tradotta quasi sempre nel mantenimento di una ingerenza dei paesi ex-colonizzatori, fatta di dipendenza economica, di sfruttamento, di condizionamento dei processi politici fino all’imposizione di governi “graditi”, anche se violenti e corrotti.

Non solo in Siria (dove quello che si vede accadere in questi giorni – e quello che vediamo è sicuramente poco rispetto alla realtà – è tale da suscitare orrore e indignazione in ogni donna o uomo di buona volontà); non solo in Iraq o in Afghanistan; non solo nella Nigeria afflitta da un terrorismo feroce; non solo in Eritrea e in Sudan; ma nella quasi totalità dei paesi del “sud del mondo”, ci sono uomini e donne, ci sono famiglie che –anche quando non devono necessariamente fuggire da situazioni di pericolo gravissimo ed immediato – si chiedono forse se non sia giusto godere di qualche briciola in più di quello che – se paragonato ai loro “normali” livelli di vita – percepiscono come il “benessere” di cui godono gli abitanti dei paesi del “nord”.

Piedi degli oppressiE noi – senza assolutamente dimenticare di guardare ai poveri di “casa nostra”, il cui numero purtroppo cresce proprio per quegli stessi meccanismi tipici del nostro modello di sviluppo di cui si parlava prima, stigmatizzati con forza dal papa – non possiamo voltarci dall’altra parte o peggio pensare di poter ricacciare a casa loro questi “fratelli in cerca di una vita migliore” (sono sempre parole di Francesco, riportate anche su queste pagine in occasione di uno dei più spaventosi naufragi di migranti avvenuti negli ultimi anni), accampando inesistenti diritti ad uno “status” che non abbiamo fatto nulla per conquistare, e che anzi – come si è detto – i nostri progenitori hanno spesso conquistato con la sopraffazione e l’ingiustizia.

Piedi degli oppressiQuando il samaritano della parabola magistralmente narrata da Luca (Lc 10, 25-37) si è chinato sull’uomo lasciato “mezzo morto” ai margini della strada dai briganti, non gli ha chiesto di quale nazionalità fosse, se fosse indigeno o migrante, ricco o povero, buono o cattivo: ha visto un uomo in difficoltà, nel bisogno più profondo, e non ha esitato a “farglisi prossimo”. Se non vogliamo fare come i naufraghi ricchi del Titanic – che perfino nel momento di abbandonare la nave che stava ormai per affondare, pretendevano che le scialuppe di salvataggio da loro occupate non fossero riempite troppo, per non stare “scomodi” – siamo chiamati a comportarci come ci si comporta in ogni famiglia quando uno dei membri della stessa è in difficoltà: tutti rinunciano a qualcosa, perché chi è nel bisogno possa vivere! Così, appunto, si fa in ogni famiglia, e così crediamo si debba fare a maggior ragione nella grande “famiglia umana” voluta da Dio… anche, forse soprattutto, con il cuore spezzato da eventi come recenti, come l’attentato di Berlino; anche perché non ci è lecito stilare una “graduatoria degli orrori”, come se si potesse “pesare” cosa è peggio, tra le stragi dei terroristi nelle nostre città, o il genocidio siriano o le tante morti silenziose che avvengono ogni giorno nell’indifferenza generale. Affinché le nostre “città eccelse” accecate dall’opulenza si ravvedano prima di finire calpestate dai passi dei poveri; quei poveri e umili che – come canta Maria nel Magnificat (Lc 1, 46-56) – il Signore “rialza” e “ricolma di beni”, mentre “disperde i superbi” e “rimanda i ricchi a mani vuote”.

Se saremo capaci anche solo un poco di convertire in questo senso i nostri cuori, potremo dire davvero di aver fatto un Buon Natale… e gli auguri di Buon Anno che ci scambiamo in questi giorni saranno forse più sinceri!

Roberto Jori