Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, “artigiani di pace”

“Li conosci dopo, gli uomini come Luca Attanasio, e solo perché li hanno uccisi. Come se fosse la morte a farne degli eroi, ed è questo l’errore più grande: gli uomini e le donne come il giovane ambasciatore italiano ucciso in un agguato in Congo non devono essere ammirati per quella morte giunta in modo profondamente ingiusto, ma per la profonda giustizia con cui sono vissuti.”

Così la giornalista di “Avvenire” Lucia Bellaspiga apriva il proprio articolo con il quale, il 24 febbraio scorso, commentava la barbara uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci che lo scortava e del loro autista congolese Mustafà Milambo. E continuava: “Medici, missionari, ambasciatori, militari in missione di pace, un esercito di uomini e donne 'per bene', persone convinte che l’unica forma di eroismo accettabile è compiere tutti i giorni il proprio dovere.”

Saranno certamente risuonate, nel cuore dei membri dell’Istituzione Teresiana e di tutti coloro che lo hanno conosciuto e lo conoscono attraverso i suoi scritti e la sua storia, le parole di San Pedro Poveda, che nel 1925 scriveva: “Gli uomini e le donne di Dio sono inconfondibili. Non si distinguono perché sono brillanti o affascinanti né per la loro forza umana, ma per i frutti di santità, per ciò che percepivano i discepoli sulla strada di Emmaus, quando camminavano insieme al Cristo risorto, che non riconoscevano, ma della cui presenza avvertivano gli effetti.”  E certamente Luca – così come Vittorio che fino all’ultimo ha cercato di proteggerlo facendogli da scudo con il proprio corpo – si è fatto conoscere – purtroppo per molti solo dopo la sua morte – proprio attraverso i frutti che ha saputo produrre, per aver interpretato il suo ruolo – spesso visto in modo quasi “caricaturale”: l’ambasciatore come colui che vive in una sorta di “bolla”, in un mondo di feste e ricevimenti separato dalla realtà e attento solo agli interessi del proprio paese – in un modo nuovo e diverso: la sua "missione" non si arrestava alle porte della sede diplomatica” ha scritto sempre su “Avvenire” l’ambasciatore Pasquale Ferrara, il 25 febbraio. “È uscito, ha oltrepassato i recinti, per incontrare l’umanità in difficoltà, per capire il "Paese reale" in cui si trovava, non solo quello ufficiale. Questa diplomazia della porta aperta e dell’ascolto è quella di cui abbiamo bisogno: supera gli steccati pubblico-privato, governativo-non governativo, laico-religioso. Serve per comprendere meglio, e per comprendere meglio come servire.”  

Nell’omelia della solenne messa di esequie di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, celebrata nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma il 25 febbraio, il cardinale vicario Angelo De Donatis ha detto tra l’altro: “Luca e Vittorio e Mustafà Milambo sono stati strappati da questo mondo dagli artigli di una violenza stupida e feroce, che non porterà nessun giovamento ma solo altro dolore. Dal male viene solo altro male. Vengono in mente le parole di rammarico di Gesù: “Se trattano così il legno verde che ne sarà di quello secco?”. Se questa è la fine degli operatori di pace, che ne sarà di tutti noi?”  Parole accorate, commosse; parole di un padre, come il cardinale ha sempre dimostrato di essere… Ma un discepolo di Gesù sa che l’offerta della vita rientra nell’orizzonte delle possibilità di chi si fa testimone della fede e quindi dell’Amore del Padre per ogni creatura, a partire dagli ultimi. Lo stesso vicario del papa per la diocesi di Roma, del resto, ha concluso l’omelia con queste parole: “Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. È la regola d’oro: amare senza cercare monete di contraccambio, impegnarsi senza aspettare che gli altri si impegnino, attendere sapendo che il bene seminato nel pianto porta sempre un frutto di gioia. Amare vale sempre la pena, comunque vada a finire. Niente è inutile agli occhi del Signore. Nulla di ciò che facciamo per amore, anche la più piccola azione, nulla cade nel vuoto. Questo Dio non lo permette. Tutto quello che questi nostri fratelli hanno seminato è nella memoria eterna di Dio.”

Alla vigilia dello scoppio della guerra civile in Spagna, della quale sarebbe rimasto vittima, San Pedro Poveda – intuendo i tempi difficili che si stavano preparando, scriveva: Ora è tempo di raddoppiare la preghiera, di fare più penitenza, di soffrire meglio, di sovrabbondare in carità, di parlare meno, di vivere molto uniti a nostro Signore, di essere molto prudenti, di consolare il prossimo, di incoraggiare i pusillanimi, di elargire misericordia, di vivere fiduciosi nella provvidenza, di avere e dare pace, di edificare il prossimo in ogni circostanza.”

Non c’è dubbio che anche quelli che stiamo vivendo siano tempi difficili: proprio per questo l’esempio di uomini come Luca e Vittorio – “artigiani di pace” fino all’estremo, secondo la bella definizione di papa Francesco (Fratelli tutti, n. 231), ripresa anche in occasione del viaggio apostolico in Iraq compiuto in questi giorni – ci stimola e ci illumina la via.

 

                                                                                                                                                                      Roberto Jori