SalaAnno Sacerdotale. Tavola Rotonda

Sabato 8 maggio l’Istituzione Teresiana ha organizzato nella sua sede a Roma una tavola rotonda per celebrare l’anno sacerdotale e ricordare, particolarmente, il sacerdozio di s. Pedro Poveda.

Sono intervenuti il padre Alfio Filippi, direttore delle Edizioni Dehoniane e don Pietro Piraino, giovane sacerdote della diocesi di Cefalù, attualmente a Roma per motivo di studio.

Padre Filippi ha trattato il tema del sacerdozio dei fedeli a partire dal Vaticano II°, e si sono potute così ricordare alcune delle straordinarie scoperte, o ri-scoperte, che i padri conciliari, davvero in attento ascolto dello Spirito santo e dei segni dei tempi, hanno donato alla Chiesa e al mondo. Soffermandosi sulla Costituzione sulla Chiesa Lumen Gentium, dopo aver precisato che con tale titolo si fa riferimento a Cristo, poiché è Lui la luce dei popoli, padre Filippi ha evidenziato come la categoria teologica fondamentale della ecclesiologia del Concilio sia quella di “unità del popolo di Dio”. Si tratta – ha detto - di una categoria fondamentale, perché permette quel superamento della distinzione clero-laici, che non può mai essere intesa come contrapposizione e che è estranea alla rivelazione biblica. Attraverso un percorso su numerosi testi, ripresi sia dalla Scrittura (la lettera agli Ebrei, la I lettera di Pietro,…) sia da vari documenti del Vaticano II°, tra i quali il decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem, il relatore ha evidenziato l’uso che il Concilio ha fatto del vocabolario specifico della identità sacerdotale in riferimento al laicato: il sacerdozio dei fedeli consiste nell'oblazione e nel riconoscere-ringraziando (=eucaristia) che la salvezza dell'uomo e del cosmo in Dio è già compiuta. I laici partecipano infatti dell’ufficio sacerdotale con l’offerta di sé (cf. Rm 12,1-2) e con la presenza nelle attività quotidiane e mondane, per il cui compimento Cristo “provvede loro il senso della fede e la grazia della Parola” (LG nn.34-35). Padre Filippi ha poi sottolineato la visione del tutto positiva che il Concilio ha dato del mondo, della creazione, del cosiddetto “ordine temporale”: tutto “ha un valore proprio, riposto da Dio… il quale vide tutte le cose che aveva fatto, ed ecco erano molto buone” (Gen 1,31 in AA n.7). Segnalando infine che la visione storico-salvifica offerta dal Concilio ha messo in luce come non sia necessario concentrare l’attenzione sul cosiddetto “peccato originale” per annunciare il mistero di Dio nella storia, come si è troppo spesso verificato nei secoli passati. Padre Filippi si è soffermato sul cap. 5 della lettera ai Romani dove Paolo presenta l’uomo terrestre allo scopo di annunciare la sovrabbondanza di grazia portata dal Celeste. Ha quindi concluso rileggendo il n. 22 della Costituzione Gaudium et spes in cui viene indicato nella divinizzazione dell’uomo il fine più specifico del disegno divino sulla storia, incentrato nel mistero della Incarnazione, quel disegno per il cui compimento ogni credente è chiamato a collaborare con la propria attività in qualità di “sacerdote” in quanto appunto compie qualcosa di “sacro”. Si legge infatti nel testo conciliare: “Cristo è l’immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime”.


A tale conclusione ben si è collegato l’intervento di don Pietro Piraino. Dopo aver sintetizzato alcune delle caratteristiche del ministero presbiterale, a partire dal decreto Presbyterorum Ordinis (nn.4-6), don Pietro si è soffermato sul modello apostolico che, secondo le indicazioni conciliari, i presbiteri sono chiamati a vivere. Ha quindi ripercorso le tappe principali della vita sacerdotale di s. Pedro Poveda, segnata dal continuo modellarsi sull’esempio apostolico, particolarmente paolino. Ha ricordato come nella preghiera e nella celebrazione eucaristica egli abbia attinto la forza per attuare ogni giorno le esigenze specifiche di quello “stile” di vita, caratterizzato dall’umiltà, dalla povertà e dall’aspirazione al martirio.


Come l’apostolo Paolo, così don Pedro ha vissuto personalmente e quindi ha proposto, una imitazione di Cristo non limitata a una semplice ripetitività di atteggiamenti e comportamenti: imitare Cristo è per san Pedro Poveda «metterlo nel cuore» onde conformarsi a lui. E questa conformazione avviene nella oblatività e nell’annuncio. Generando una nuova forma di comunità, il modello assunto da don Pedro è stato ancora una volta quello apostolico: «Immaginiamoci – scrive – gli apostoli e i discepoli di Gesù che insieme con Maria, pregando, nel cenacolo, invocano e aspettano la venuta dello Spirito Santo. Chiediamo di conoscere e di mettere in pratica ciò che essi credevano e facevano, per poter ricevere lo stesso dono che essi ricevettero...».


EucaristiaDon Piraino ha concluso la sua esposizione leggendo un passo degli scritti povedani, tratto da una lettera del 1915 e incentrato su quel mistero della Incarnazione, finalizzato alla divinizzazione dell’uomo, di cui aveva appena parlato padre Filippi citando la Gaudium et spes. A chi gli domandava perché, per formare vite veramente umane, proponesse di cominciare col ricolmarle di Dio, Poveda così rispondeva: “… Pretendere di distruggere l’umano? Mai: è una chimera. Tentare di perfezionare l’umano con altri mezzi? Inutile fatica. Prescindere da Dio per perfezionare la sua opera? Sciocca illusione. Non vi sembra semplicissimo e razionale il procedimento e infallibile il risultato del sistema? Dio si china fino all’uomo; l’uomo tende verso Dio, il Figlio di Dio – Dio come il Padre – assume la natura umana per non lasciarla mai, e questa umanità adorabile, nella persona divina, fu elevata alla maggiore perfezione. L’umano fu perfezionato e divinizzato, perché fu ricolmo di Dio. L’incarnazione ben compresa, la Persona di Cristo, la sua natura e la sua vita danno, per chi la capisce, la norma sicura per giungere ad essere santi, della santità più vera, pur essendo nello stesso tempo umani, con umanesimo vero”.


L’ascolto di questo breve brano ha manifestato ancora una volta come, in qualche modo, s. Pedro Poveda sia stato anticipatore di tanta parte della ricchezza teologico-spirituale donata dal Concilio. Anche per questo motivo egli risulta davvero modello attuale di un sacerdozio alto, teso alla promozione dell’uomo e vissuto profondamente come una vera esperienza spirituale, quotidiana, semplice e straordinaria al contempo perché frutto dell’impegno nel rispondere a una vocazione che è grazia di Dio, unica sorgente di frutti di santità.


La celebrazione eucaristica, che ha concluso la serata, ha permesso di sperimentare nella liturgia la forza e la bellezza della vocazione sacerdotale dell’intero popolo di Dio.


Francesca C. e Maddalena P.