Mostra al Vittoriano"16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma". La presenza dell'Istituzione Teresiana alla mostra del Vittoriano

Lo scorso 16 ottobre ricorreva il 70° anniversario della "razzia degli Ebrei di Roma": quel tragico evento storico che vide, a partire dalle 5,15 del mattino di quel sabato del 1943, circa trecento militari tedeschi - divenuti "forze occupanti" dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre da parte dell'Italia - rastrellare casa per casa l'intero quartiere ebraico - il "Ghetto" - e molti altri quartieri della capitale, alla ricerca di ogni persona di religione ebraica, per una deportazione di massa nei campi di concentramento in Germania.

Tra le tante importanti iniziative organizzate per celebrare la memoria di quella drammatica giornata - alcune delle quali hanno visto la partecipazione delle più alte autorità politico-istituzionali e religiose, tra cui il Presidente della Repubblica e il Rabbino capo della Comunità ebraica romana - si segnala l'inaugurazione - presso la "sala Zanardelli" del complesso del Vittoriano in Piazza Venezia - della mostra “16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma”, promossa dalla Comunità Ebraica di Roma e curata dalla Fondazione Museo della Shoah.

 

Attraverso l'esposizione di ritratti, oggetti, documenti, pagine di quotidiani ecc.,  la mostra - che resterà aperta fino al 30 novembre - ricostruisce la dinamica degli eventi che portarono una intera comunità - quella ebraica di Roma, appunto - dalla sostanziale tranquillità raggiunta dopo l'unità d'Italia (nel 1870), alla persecuzione iniziata con la promulgazione delle leggi razziali da parte del governo fascista, e culminata - nella capitale - con la "razzia" del 16 ottobre, a seguito della quale 1022 cittadini italiani di religione ebraica, uomini e donne, adulti, anziani, giovani e bambini, furono trascinati e trattenuti per oltre trenta ore nel Collegio Militare in via della Lungara per poi essere condotti alla Stazione Tiburtina. Da lì, la mattina del 18 ottobre, su un treno composto di 18 vagoni merci "piombati", furono trasportati ad Auschwitz, uno dei più tristemente noti campi di sterminio nazisti. Dopo poche ore, solo 150 circa di essi furono "selezionati" per essere avviati ai lavori forzati, ai quali comunque la maggior parte non sopravvisse a causa della fame, degli stenti e della fatica. Tutti gli altri - e tra essi tutti i circa 200 bambini deportati - furono immediatamente condotti nelle camere a gas.

Diari dell'ITUna sezione della mostra è dedicata alle istituzioni cattoliche che - a partire da quel giorno e per diverse settimane e mesi successivi - accolsero e nascosero ebrei che continuavano ad essere perseguitati. Lettere, documenti, quaderni, carteggi tra le autorità ecclesiastiche e i responsabili di istituti religiosi e associazioni, dai quali traspare anche la concitazione di quei momenti drammatici.  Tra essi due diari dell’Istituzione Teresiana - quelli della sede italiana della stessa, allora ubicata in Via Gaeta - uno aperto alla pagina dei giorni  16 e 17 ottobre dell’anno 1943 e l’altro al 1  dicembre, accompagnati da una nota esplicativa. Proprio dalla lettura della pagina del 16 ottobre si intuiscono le difficoltà e le contraddizioni nelle quali si dibattevano le stesse autorità ecclesiastiche: il Vicariato, proprio in quei giorni - spinto evidentemente dal timore di rappresaglie - aveva ordinato agli istituti religiosi di non ospitare persone di religione ebraica. Ma già nei giorni immediatamente successivi il divieto si allenta, e comunque i responsabili delle diverse "famiglie" religiose si sentono vincolati, più che al divieto stesso, all'obbedienza al comandamento della carità. Il 26 ottobre il diario riporta: "Oggi abbiamo lasciato dormire in casa una donna ebrea. Abbiamo fatto un'opera di carità che non si poteva negare. Domani, se Dio vuole, cercherà un altro rifugio". E il 2 dicembre - dopo l'ordinanza del Ministero dell'Interno che intimava l'arresto di tutti gli ebrei italiani - il diario per l'ultima volta si riferisce ad essi: "Ricomincia la persecuzione degli ebrei e questo fa sì che la vita della casa si complichi un poco...". E' evidente, anche nel linguaggio, la necessità di muoversi con la massima prudenza; ma la storiografia conferma che - durante tutto il periodo dell'occupazione nazista - 34 ebrei trovarono rifugio nella sede dell'I.T.; come del resto molti altri nelle case di altri istituti.

Al di là dell'importanza di questa sezione e dei reperti da essa mostrati - anche per la nostra associazione, che gli organizzatori hanno particolarmente ringraziato per aver messo a disposizione un documento così "intimo" come i diari - l'originalità della mostra sta soprattutto nella sezione dove sono esposti foto di famiglia e oggetti personali, dietro i quali si possono intuire storie di vite ordinarie, normali, serene, spezzate dalla violenza e dall'odio razziale. Foto di matrimoni, foto di bimbi con i vestiti della festa, quaderni di scuola elementare con pensierini e disegni; lettere dalle quali talvolta traspare una tenue speranza che, in fondo, non si sarebbe arrivati allo sterminio, che poteva esserci qualche via d'uscita... e poi i famosi "bigliettini", scritti su foglietti di carta "rimediati", lanciati dal treno che portava tutti ad Auschwitz, nel tentativo di dare qualche notizia ai propri cari, e ritrovati lungo il percorso della ferrovia... e infine, i volti e le storie dei soli 16 sopravvissuti - 15 uomini e una sola donna - e delle difficoltà, per tutti gli ebrei, anche quelli scampati alla razzia, di riprendere, anche dopo la liberazione di Roma, una vita "normale", in un clima avvelenato dall'odio razziale che aveva purtroppo contagiato anche parte della popolazione romana.

Ma quello che forse impressiona più di ogni altra cosa è un "non reperto": l'enorme pannello nero, posto nell'atrio prima dell'ingresso nei locali della mostra, sul quale in caratteri bianchi sono scritti uno dopo l'altro i nomi dei 1.022 deportati. Un elenco, un lungo elenco con cognomi più e più volte ripetuti, a conferma che la "razzia" significò, di fatto, lo sterminio di intere famiglie. E - in fondo a tutti - un "non nome": "Neonato senza nome", si legge sul pannello... un bimbo partorito da una delle donne deportate, proprio mentre si trovava prigioniera nel Collegio Militare, dopo la razzia, e che ebbe solo il tempo si salire insieme alla mamma sul treno, e di entrare con lei nella camera a gas...

MostraIn un messaggio, inviato da papa Francesco al Rabbino capo della comunità ebraica romana, Riccardo Di Segni, si legge tra l'altro: "è nostro dovere tenere presente davanti ai nostri occhi il destino di quei deportati, percepire la loro paura, il loro dolore, la loro disperazione, per non dimenticarli, per mantenerli vivi, nel nostro ricordo e nella nostra preghiera, assieme alle loro famiglie, ai loro parenti e amici, che ne hanno pianto la perdita e sono rimasti sgomenti di fronte alla barbarie a cui può giungere l’essere umano... Fare memoria di un evento però - continua il papa - non significa semplicemente averne un ricordo; significa anche e soprattutto sforzarci di comprendere qual è il messaggio che esso rappresenta per il nostro oggi, così che la memoria del passato possa insegnare al presente e divenire luce che illumina la strada del futuro".

E di questa luce il nostro presente ha certamente estremo bisogno...



I.T.

COMPLESSO DEL VITTORIANO 17 ottobre – 30 novembre 2013

Sala Zanardelli, Ingresso Ara Coeli

dal lunedì al giovedì 9.30- 18.30 • venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30

l’accesso è consentito fino a 45 minuti prima dell’orario di chiusura

Entrata libera