I cattolici, la Resistenza, la Costituzione: nel 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, un modello per l'oggi

 Corteo di cittadini che festeggiano la LiberazioneAlla vigilia dell'ultima settimana di aprile - che in Italia è racchiusa tra due importanti festività civili: la Festa della Liberazione dal nazifascismo (25 aprile), e la Festa del lavoro (1 maggio) - un interessante programma televisivo, trasmesso dall'emittente di ispirazione cattolica TV2000, ha messo bene in evidenza l'importante contributo che tanti uomini e donne, nei difficili anni della dittatura fascista, della guerra e dell'occupazione nazista, diedero alla Resistenza, alla Liberazione e alla nascita della Repubblica democratica, proprio in nome della loro fede nel Dio di Gesù, Dio di pace, di giustizia e di misericordia.

Coordinati dai due conduttori, il giornalista RAI Piero Badaloni e il presidente della Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, Giovanni Bianchi, insieme ad altri ospiti e testimoni, hanno passato in rassegna le principali figure che - a prezzo di enormi sacrifici personali e familiari, spesso della stessa vita, e di un comprensibilmente difficile discernimento etico - decisero di contribuire in prima persona a quel grande "movimento di popolo" (concetto ribadito con forza da Bianchi) che fu la Resistenza.

Alcune di queste figure sono piuttosto note, anche e forse soprattutto per il loro impegno politico proseguito dopo la fine della guerra, e per l'importantissimo contributo fornito alla stesura della Costituzione, alla ricostruzione del paese, alla sua rinascita politica, sociale e culturale anche grazie al coinvolgimento diretto - in qualche caso - nell'amministrazione di città: parliamo di Giuseppe Lazzati, intellettuale già esponente di primo piano di Azione Cattolica durante il fascismo, deputato all'Assemblea Costituente, giornalista, docente universitario, per il quale è stata promossa la causa di beatificazione dalla diocesi di Milano; di Giorgio La Pira, docente universitario, consacratosi terziario francescano durante il ventennio fascista, del quale contestò sempre con franchezza la sistematica violazione dei diritti umani e l'aggressione verso stati esteri sovrani; famoso soprattutto per essere stato per molti anno sindaco di Firenze, portando avanti in quella città una politica di inclusione e di dialogo, volta alla difesa dei diritti dei più deboli, dei lavoratori, dei disoccupati, dei senza tetto; di Giuseppe Dossetti, anch'egli esponente di Azione Cattolica, giurista, insegnante, esponente di primo piano della Resistenza, addirittura come presidente del CLN provinciale di Reggio Emilia, zona tradizionalmente considerata "rossa". Don Giuseppe Dossetti, suo omonimo nipote, parroco in un paese della provincia reggiana, ne ha tracciato nel corso del programma TV un ritratto molto efficace, sottolineando anche l'enorme contributo fornito dallo zio nel primo dopoguerra, come deputato all'Assemblea Costituente, alla stesura della Costituzione repubblicana - in particolare della parte dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini - e poi - una volta abbandonata la politica attiva e divenuto sacerdote - ai lavori del Concilio Vaticano II, del quale collaborò a stendere il Regolamento dei lavori.

Partigiani delle Brigate Fiamme Verdi in montagna
Partigiani delle Brigate Fiamme Verdi in montagna

Ma buona parte del programma è stato dedicato alla presentazione di figure meno note, ma non meno determinanti nel concreto svolgersi degli eventi che portarono alla caduta del nazifascismo: uomini di diversa provenienza, diverso spessore culturale, diverse opzioni politiche, collocazione sociale... uniti dalla fede cristiana, dalla convinzione che solo la sconfitta definitiva della barbarie nazifascista avrebbe potuto portare l'Italia e il mondo verso la rinascita, e da un'idea di politica intesa come impegno concreto per la pace e la giustizia, portato avanti con rigore morale e sobrietà. Ampio spazio, in particolare, è stato riservato al composito gruppo che nel 1944 diede vita ad un periodico clandestino denominato "Il Ribelle", che nacque come organo di stampa delle Brigate Fiamme Verdi, formazione partigiana di ispirazione cattolica. Giovanni Bianchi, pur non mancando di sottolineare l'importanza del contributo dei cattolici alla lotta partigiana, spesso sminuito, ha voluto sdrammatizzare la "classica" contrapposizione tra partigiani "rossi" e "bianchi", evidenziando come - invece - la scelta della formazione partigiana nella quale militare fu determinata spesso non da ragioni ideologiche, ma da considerazioni legate alla vicinanza e ai rapporti personali e di amicizia, e come perfino il padre e alcuni zii dell'attuale presidente dei Partigiani Cristiani si arruolarono nelle Brigate Garibaldi legate al Partito Comunista. Un esempio particolarmente calzante e molto "moderno", di impegno vissuto da cristiani, non con l'obiettivo di distinguere una "Resistenza cattolica" da un'altra che cattolica non era, ma anzi di essere - in quanto cristiani - sale che si scioglie per dare sapore (Mt 5, 13), lievito che scompare nella pasta mentre la fa fermentare (Mt 13, 33).

Teresio Olivelli in diviso da alpino
Teresio Olivelli in diviso da alpino

In questo contesto si colloca l'esperienza del Ribelle, rivista che - come era indicato sulla testata - "esce come e quando può", e i cui fondatori puntavano, più che a dare precise indicazioni politico-ideologiche, a suscitare un risveglio morale, a smuovere le coscienze, ad affermare un concetto di libertà basato sulla valorizzazione della persona. Dicevano di se stessi, dalle colonne del periodico: "noi non siamo liberali, non siamo democristiani, non siamo del partito d'azione, non comunisti, non socialisti, non progressisti, e — Dio ne scampi — neppure monarchici; in casa nostra spira buon vento, vento di sincerità, di libertà, ognuno può o sa difendere proprio ideale, ma niente redini sul collo e niente paraocchi". Diversissime e originalissime, come detto, le loro esperienze: Giovanni Barbareschi, classe 1922 e tuttora vivente, divenne sacerdote il giorno prima di essere arrestato, e nella sua cella del carcere di San Vittore volle confessare cinque condannati a morte che sarebbero stati fucilati il giorno seguente; Carlo Bianchi era un imprenditore, presidente della FUCI e impegnato in un'organizzazione scoutistica, che verrà arrestato nell'aprile 1944 e fucilato in un campo di concentramento italiano; Claudio Sartori era un musicologo che si unì durante la guerra al movimento cattolico partigiano, e fu uno dei pochi a sopravvivere alla lotta di liberazione (è morto nel 1994); David Maria (al secolo Giuseppe) Turoldo, divenuto famoso nel dopoguerra (è morto nel 1992) per i suoi scritti e le sue poesie dai quali traspare la sua passione per l'uomo e il suo impegno per il dialogo e per la pace, aveva già pronunciato nel 1938 i voti come frate dell'Ordine dei Servi di Maria; la sua avversione al nazifascismo fu una scelta per l'umano contro il disumano, perché "il solo scopo della vita" è "la realizzazione della propria umanità" ; Teresio Olivelli è la figura certamente più controversa: anch'egli giurista e militante di Azione Cattolica come Dossetti e Lazzati, fu a lungo convinto sostenitore del fascismo, perfino del razzismo che intendeva come principio "spirituale", perfino della guerra. Partito volontario come ufficiale degli alpini, tornò profondamente trasformato dalla campagna di Russia, tanto da schierarsi con gli oppositori alla Repubblica di Salò dopo l'armistizio del 1943, e da aggregarsi alle Brigate Fiamme Verdi. Arrestato, scampato alla fucilazione e poi nuovamente catturato, finì nel campo di concentramento di Hersbruck dove morì in seguito alle percosse subite per aver difeso un altro prigioniero. Dal 1996 è in corso la sua causa di Beatificazione.

Nell'anno in cui ricorre il 70° della Liberazione dal nazifascismo, cosa hanno da dire questi uomini - e tutti gli altri uomini e donne che come loro scelsero di combattere quella barbarie - agli uomini, e soprattutto agli uomini di fede, di oggi? A noi sembra che ricordare e celebrare le loro gesta e il loro esempio non debba e non possa comportare uno sterile rimpianto del passato, che si vuole contrapposto ad un "oggi" considerato violento, corrotto e privo di valori. Ogni epoca ha avuto le sue miserie e le sue luci: a noi - e più che mai ai membri di un'Opera della Chiesa come la nostra, il cui fondatore scrisse di voler avere "la mente e il cuore nel momento presente" (San Pedro Poveda) - spetta il compito di recuperare l'eredità del passato per illuminare il presente laddove questo è avvolto dalle tenebre, e farne seme in grado di fecondare il futuro.

A nessuno sfugge come la politica sia contraddistinta oggi da un grave deficit di passione, di progettualità, di onestà, di capacità di ascolto delle esigenze reali dei cittadini e della società civile. Il dialogo, il confronto anche aspro ma che deriva dalla contrapposizione di idee e progetti, lascia il posto all'invettiva, al disprezzo dell'avversario, al tentativo di imporsi esclusivamente urlando più forte e apparendo più spesso... e tutto questo coinvolge e contagia anche il pubblico, i cittadini, che alla critica costruttiva e alla partecipazione consapevole sostituiscono il cinismo, il disimpegno, l'insulto, il "tifo da stadio".

Non crediamo sia solo sterile rimpianto, l'auspicare che possano rinascere coscienze formate dallo stesso spirito che animò Lazzati, Dossetti, La Pira, Olivelli, Bianchi... Proprio mentre scriviamo queste note, papa Francesco ha nuovamente ribadito con forza che un cattolico non solo può, ma deve fare politica; anche a costo di "sporcarsi le mani", pronto a chiedere perdono se sbaglia, pronto a soffrire il "martirio" di chi desidera operare per il bene comune e vede intorno a sé solo corruzione... ma un cattolico - ha detto il papa - non può "guardare dal balcone"!

Nella splendida "Preghiera del ribelle", scritta da Teresio Olivelli e pubblicata sulle pagine della rivista (nel link in fondo alla pagina il testo integrale), c'è un'invocazione particolarmente significativa: "[Signore] Tu dicesti: 'Io sono la Resurrezione e la Vita', rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa".    

"Generosa" e "severa": non sono, oggi, due aggettivi che collegheremmo immediatamente alla politica. Eppure, è proprio ciò di cui c'è disperato bisogno.

 

Roberto Jori

Responsabile Editoriale

I.T. Italia